Tutto è intorno a te

19 Maggio 2008

Si stanno stringendo la mano. Due uomini. Le dita di lui, che ha gli occhi cerchiati di vaghe venature bluastre e le scarpe invecchiate di qualche anno, accarezzano per qualche istante fugace quelle dell’altro. Si gira a guardarlo. Gli lascia la mano mentre nella calura pre-estiva del pomeriggio il treno au-ralenty sferza d’aria d’Altroquando i loro vestiti, i loro capelli, i loro lineamenti. Lo guarda come solo un fratello maggiore sa fare. E il sorriso che i suoi occhi rimandano è il segnale. Stanno percorrendo il binario giusto.

Corinne è all’angolo. L’alto platano offre ai suoi pensieri scomposti il riparo necessario dall’ordinarietà del sole. Guarda la camicia bianca, i seni che la arrotondano perfettamente. Guarda le sue mani curate. Isola per qualche istante la sua mente in un’urna personale, psicologica, provando ad immaginarsi librata nell’aria, quella vera, reale, olfattiva, ossessiva per chi non l’ha mai percepita. L’urna le riempie l’anima, passando dalla mente al corpo. Come un’orgasmo. Come una placenta che si disgrega di piacere. Il rumore di un treno che rallenta, e nella sua testa fa capolino un pensiero, l’immagine affollata da arrivi e partenze, mormorii reciproci, un avviso che non si ascolta perchè la musica disegna dinanzi agli occhi un mondo artificiale. E la domanda: “Stiamo percorrendo il binario giusto?”.

Sente il guinzaglio rodergli i peli del collo. Vorrebbe dirlo, ma non può. Sente un’ambulanza, si gira verso gli occhi distratti che errano dietro gli occhiali da sole di Giulio, che si perdono nella folla. Quegli occhi li, in alto. Ma Giulio non sente nulla. Tommy pensa che il suo padrone sia insensibile. Incoerente. Muore/sta male/ha bisogno qualcuno di qualcun altro. E lui non sembra accorgersene. Gira il volto dall’altra parte. Lo sfrigolio dei freni sui binari del treno gli attanaglia l’udito. Lo satura violento. Tommy spicca un salto, e ricade posando le zampe sul binario azzurro delle strisce di un parcheggio.

Il tempo di inalare l’aria, di guardare gli occhi di suo fratello, che non vuole percepire sensazioni, che le eclissa perchè dorrebbero. Gli occhi dell’ultima speranza, destinata ad allontanarsi da lui di mille chilometri. La distanza che chi resta sulla piattaforma deve percorrere necessita ancora di qualche anno, per essere calcolata. Quella distanza che legge negli occhi chi sale su un treno, chi parte, chi lascia, e percorre, scopre, riscopre, vive. La speranza di occhi che non tradiranno mai, nonostante non si dica a parole. Quella speranza ha ancora bisogno di qualche anno. Poi scoprirà che vivere è possibile. Senza rimorsi, né sconfitte.

Corinne abbassa la testa. La rialza. Apre gli occhi. Immagina un soffio di vento. Che arriva. La cinge e la distrugge. Le strappa i capelli. Le lacera la pelle, le ossa, le stritola l’anima in una morsa di impotenza e di inquietudine animale. Di Corinne rimane solo l’essenza dell’essere. Ma è solo immaginazione. Ora riapre davvero gli occhi. Qualche istante di silenzio, poi un’auto passa. E scompare, rivelandole la desolata consistenza di una strada infangata dalla pioggia che si è insinuata nella spazzatura. L’olezzo pesante della decomposizione. Un tanfo che come un orrido la precipita in un’angusta fame di inconsapevolezza. Che non può essere soddisfatta. Pensa a una neonata deforme. Pensa al cadavere di un ratto perso tra le confezioni di dessert, tra buste Sisa, Ikea, Carrefour, Albero. E urla, Corinne, incurante della donna che da sessant’anni porta un cesto di verdura sulla testa per gli stessi, consumati settecento metri, e che ha paura di guardarla, accelerando il passo.

Giulio guarda Tommy, che rimanda uno sguardo tenero, venato da una inconsueta e strana inquietudine. Giulio pensa sia il rumore. Tommy pianta le zampe al suolo caldo ed umido. Giulio lo osserva, con dolcezza. Si toglie la mascherina, guardando accigliato i residui color terra che ne hanno attaccato il biancore dall’esterno. La posa sul muso di Tommy, evitando di interpellare i recessi della sua razionalità. “Sono come Tommy, seguo l’istinto”, pensa. Risollevandosi passa una mano tra i capelli. Vede una donna che piange, le sue lacrime calde d’amore rigano il volto bello, partenopeo. Pulito. Ha un’anima ancora tutta da costruire, stretta tra le braccia, che cerca con la bocca il suo seno. Sotto il balcone il rogo si bagna delle lacrime che gocciolano lente dagli occhi di lei. Giulio osserva atterrito. “La morte non è necessariamente la fine, di una vita”.