Naples: spaghetti, moustache and rubbish

8 Gennaio 08

Un punto di riferimento (l’ultimo?) nel trash, nel calderone del rubbish televisivo. Blob, Raitre. Nei suoi montaggi caleidoscopici propone scampoli di realtà (vera) quotidiana, attraverso immagini e “re-immagini” di repertorio reingegnerizzate attraverso un particolare leitmotiv giornalistico. Il mondo parla di “cittadini che camminano nei propri escrementi”, del fatto che “Naples garbage mountain continues to grow” (EuroNews) e che “Naples’s trash is a challenge politicians are flunking” (International Herald Tribune Europe), evidenziando in alcuni casi (e come potrebbe essere diversamente, vista l’opinione di cui all’estero gode la città di Napoli) che il “business at Pizzeria Napoli Nord is down 70 percent” (riferendosi alla diossina che può infestare il latte e quindi la mozzarella campani).
La puntata del giorno 7 gennaio 2008 di un “Blob che mostro non è” è dedicata anima e corpo agli scontri di Pianura, all’emergenza rifiuti, alle voci (più o meno) politicizzate e politicizzanti – oltre a quelle politiche – che dibattono acri sul tema. Ecco la prima

e la seconda parte

della puntata, qui integralmente riportata. Alle immagini e alle urla dei cittadini che costituzionalmente affermano i propri diritti (le accese proteste dei cittadini di Pianura, illuse ieri e deluse oggi, 8 Gennaio), contrappunti al limite del macchiettismo (non maccartismo, attenzione!) per una situazione su cui si pronunciano “peste e corna” e sulla quale già si intravedono i bagliori di un’ironia rassegnata tipicamente partenopea: “accattateve o biglietto della lotteria, accussì ve ne iate a dinto a ‘sta munnezza” (“acquistate un biglietto della lotteria, cosicchè possiate andar via da questa immondizia”).
Ascoltate la conclusione della puntata. Le parole di Italo Calvino, tratte da “Le città invisibili” (libro pubblicato per la prima volta nel 1972 e da me letto qualche estate fa), che qui vi riporto, non sono frutto del caso:

“La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall’ultimo modello d’apparecchio.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi dì plastica, i resti della Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.
Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori della città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. È una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri.
Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sé montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.
Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.”

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