Uno chef chiamato Remì

7 Gennaio 08

Sfidando la mia ormai proverbiale rattofobia e le possibili ire dei miei concittadini (che di topi ne vedono, e ne vedranno in abbondanza, cibarsi della nettezza urbana loro gentilmente offerta nelle strade…) vi parlo dell’ultimo lavoro “disneypixariano” che porta il titolo di Ratatouille. Dal punto di vista culinario, per ratatouille si intende un particolare piatto contadino, preparato con verdure fresche (pomodori, zucchine, peperoni verdi e rossi, cipolla, aglio e melanzane) e servito come piatto a sè stante (accompagnato da riso, patate, o semplice pane francese) o, più spesso, come contorno.

Lungi da me muovere in questo articolo critiche sul sistema dei blockbuster, il film d’animazione rappresenta a mio avviso un buon salto di qualità per la celebre casa d’animazione americana.
Graficamente eccellente (la ricostruzione della nebbia della Senna ed alcune scene in movimento rapido in particolare), molto ben sceneggiato, il film propone la storia di un topolino, Remì, che per una serie di vicissitudini si ritrova lontano dalla sua colonia e catapultato tra le strade di Parigi; qui, in un ristorante, grazie alla sua ammirazione per Gusteau – rinomato chef francese – conoscerà uno squattrinato inserviente del locale (l’italiano Linguini), grazie al quale potrà esprimere tutto il suo talento culinario e la sua inventiva ai fornelli (davvero originale la trovata degli sceneggiatori di casa Disney di far “guidare” il giovane sguattero, per realizzare le ricette, dal topolino che se ne sta nascosto sotto il copricapo da chef!). Situazioni paradossali e citazionismi tipicamente disneyani a parte, il film ha la capacità di trascinare lo spettatore nelle vicende del simpatico topolino, senza però quasi mai scivolare nella banalità nonostante la scelta di una figura protagonista – un topo, appunto – onnipresente in ogni branca della letteratura, del cinema e della narrazione fantastica.

Unite a tutto ciò, alcune sottili critiche che traspaiono dal film: la difficoltà della condizione femminile nel ritagliarsi un ruolo in settori lavorativi prettamente maschili; la industrializzazione dei marchi di qualità (con i prodotti della catena ristoratrice Gusteau); la presunzione e la rigidità della critica specializzata.
Questi gli ingredienti di una “commedia di gran gusto”, che riesce gradevole ed a tratti buffa e dolce, testimonianza di una semplicità emotiva che spesso il cinema d’oggi non riesce più a trovare.

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