Acqua: i dieci comandamenti

9 Maggio. La bella stagione comincia ad avvicinarsi pigra, preannunciandosi torrida “come non accadeva più da qualche secolo a questa parte”. I centri commerciali, le catene aziendali specializzate, i mezzi di diffusione di massa cominciano a dare una risposta a queste sensazioni, attraverso nuove tipologie di condizionatori, nuove tipologie di deumidificatori, attraverso l’esaltazione delle comodità di un’amaca o del soave rumore del motore di un trattorino da giardinetto.

Ma l’onda che progressivamente porta uomini, donne e bambini (psicologicamente, più che fisicamente) verso la bella stagione finisce inesorabilmente per impattare col terreno duro del buon sentimento, forse per quel desiderio inespresso di ritagliare, sempre, un angolino di buon cuore, forse per il palesarsi di una nota malinconica nel flusso dei propri pensieri già in vacanza, o ancora forse, semplicemente, per pura e innata omologazione. Nel calderone dove trito e ritrito finiscono per essere ripescati – a caso – negli anni, gli argomenti e le “notizie d’effetto” non mancano di certo; ma, come i lumi tutelari di una qualsivoglia Suor Germana o un qualsivoglia Vissani insegnano, tali argomentazioni finiscono, col tempo, a stagnare nello stesso brodo in cui sono state portate a cottura.

Ecco perciò che lo scoop finisce per essere di difficile reperibilità; e visto che i politici latitano di buoni argomenti e su assassinii e malefatte è stato imposto da qualche tempo il monopolio, si va a cercare altrove l’argomento/tormentone dell’estate. Così facendo, però, si rischia assurdamente di valicare il confine che dalla facezia di un pomeriggio pre-estivo porta al ben più ostico terreno delle questioni sociali più complesse e preoccupanti: guerre, petrolio, Politica (non politica) gli argomenti più gettonati, fra i quali, non da molto, si è avuta una new entry: l’oro (di colore blu) del nuovo millennio… l’acqua.

In Italia, in particolare (ma purtroppo la questione tralascia sciocche questioni nazionaliste), la siccità imperversa, in alcune zone l’acqua viene razionata, i livelli dei fiumi e dei laghi raggiungono ormai ogni anno livelli sempre inferiori. La questione diviene infinitamente più catastrofica se si scende di latitudine verso l’equatore, dove ci si accorge che interi villaggi sono privi di acqua, che migliaia e migliaia di persone periscono ogni giorno per la mancanza di acqua potabile, che l’agricoltura è pressochè impossibile da mettere in atto, che per intere popolazioni è più facile procurare, piuttosto che acqua, Coca Cola…

Ma in Italia, dicevamo, anche l’acqua fa notizia. Di conseguenza, TG, rubriche, trasmissioni tematiche, pubblicità progresso suggeriscono un utile decalogo per affrontare, piuttosto democraticamente, il problema. Riporto di seguito quello dell’Amref:

http://www.amref.it/Locator.cfm?SectionID=636

La notizia parte, si diffonde e finisce per attecchire nelle menti più borghesemente coscienziose, che prendono tale decalogo a mo’ di Tavole della Legge dei tempi di Mosè per la regolamentazione dei propri sprechi idrici.

Pochi di costoro sanno, però, che attorno all’acqua ruota già da qualche anno una crescente spirale di interessi economici: la scintilla scoccò durante il 2° Forum mondiale sull’acqua, tenutosi all’Aja nel Marzo del 2000. Il Forum affrontò il problema delle risorse idriche, trovando una soluzione “globale”. La soluzione fu quella di farle cambiare status: da diritto umano (svincolato dalle leggi di mercato) diventò un bisogno umano, e come tale regolato quindi dalle leggi della domanda e dell’offerta.

A partire da questa scintilla, pochi di costoro sanno, poi, che in alcuni casi il Fondo Monetario internazionale e la Banca Mondiale hanno subordinato la concessione di prestiti a paesi poveri in cambio della gestione dei servizi idrici a società private estere. E’ solo una delle tante sfaccettature di quello che può solo definirsi un precoce sciacallaggio: i giganti che si contendono la privatizzazione del nascente mercato dell’acqua sono tanti: tra gli altri, le aziende francesi Vivendi e Ondeo, ex Suez-Lyonnais des Eux, la tedesca RWE, i colossi Nestlé e Danone, l’americana Coca Cola, l’italianissima ACEA.

Oltre all’effetto serra, costoro non sanno, altresì, che la seconda causa fondamentale del problema idrico che investe il pianeta è il fortissimo inquinamento “da terra”: ad esempio, i fiumi Yangtze e Mekong, in Cina e nel Sud-Est asiatico, sono minacciati da un inquinamento feroce, dall’iper-sfruttamento e dalla pesca eccessiva. Lo Yangtze rappresenta il 40% delle risorse idriche della Cina e da esso dipendono più del 70% della produzione nazionale di riso, il 50% di quella di grano e più del 70% delle risorse ittiche: in una cifra, questo bacino rappresenta il 40% del PIL cinese. Negli ultimi 50 anni, i livelli di inquinamento sono cresciuti del 73%, tra acque reflue e scarichi industriali. Il Mekong – il più grande bacino fluviale del Sud-Est asiatico – è tra i più intatti e quindi tra i più pescosi, con un valore commerciale dei prodotti ittici pari a più di 1,7 miliardi di dollari, ma la pesca eccessiva e le pratiche illegali rischiano di privare 55 milioni di abitanti della loro principale fonte di sostentamento (l’80% delle proteine animali viene dal Mekong).

Ma torniamo all’Italia. Sarà indifferente forse, per i seguaci dei decaloghi, sapere che in Italia, specie al Sud, le condotte della rete di distribuzione idrica perdono una media del 40% del totale dell’erogazione. Già, in media. Perchè se la situazione la si osserva focalizzandosi sulle città, si scopre che le condutture delle città di Cosenza, Latina, Campobasso, Pescara, Vibo Valentia, Rieti, Bari, Siracusa, Nuoro, Agrigento, Sassari e Belluno perdono, nel corso del loro tragitto, più del 50% dell’acqua; ovvero la metà del prezioso oro blu italiano, in queste città, si vaporizza nella distribuzione.

Una politica di interventi a tappeto sul territorio, mirata da un lato a ridurre gli sprechi agricoli ed industriali (quelli si, davvero massici!) e dall’altro ad operare una totale sostituzione o, laddove possibile, ristrutturazione degli impianti ormai invecchiati, potrebbe essere davvero una soluzione. Ma l’Italia, si sa, è un paese religioso e un pò ortodosso, e la fedeltà ai decaloghi sembra sempre e comunque la via più facile…

Fonti: http://www.disinformazione.it, http://www.ecplanet.com, http://www.ifatti.com

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