A brand new day…

60-50-40-30 anni fa. Ascoltare musica voleva dire avere a disposizione un giradischi. Sfoderare il proprio disco, facendo scorrere le dita in un raccoglitore plastificato, estrarre delicatamente una ruota scura, in vinile, adagiare ballonzolante il disco sul piatto, sollevare il braccetto alla cui estremità c’è la puntina, porla sul vinile, in una maniacale, minuziosa attenzione, premere il pulsante di avvio.

L’amplificatore e le casse fanno il resto. Ma la magia sta proprio nella puntina, da essa emerge un minuscolo, gracchiante fruscio, come un’anteprima, un trailer di quella che sarà la musica, che uscirà solo dopo qualche millisecondo, nella sua forma più completa, dalle casse. La puntina è il contatto diretto, è in un certo senso la materializzazione della musica. Che sia Bach, Jimi Hendrix, Janis Joplin o Bowie. Le note, contorcendosi nell’aria, donano il suono più pulito, che permea il tappeto orientale, il divano, la stanza, l’intero appartamento.

La musica digitale, o meglio il supporto digitale per la musica, nasce prima di tutti in America. Poi si esporta in tutto il mondo. E’ l’apice di un crescendo che porta sempre più alla “smaterializzazione”: dallo stipite in noce, che contiene giradischi e vinili, al piccolo vano (isolato), alloggio della musicassetta; da questa al compact disc, alloggiato in un cd player o inserito in un lettore da salotto. Dal cd agli svariati formati digitali (mpeg, ogg, etc.) il passo è breve. Ma la musica non esiste più, è persa in un sottovuoto elettronico fatto di bit. La forma cambia, la sostanza si astrae.

Come la musica si smaterializza, così l’informazione (quella dei fatti, delle persone, delle parole, dei suoni) perde la sua sostanza. Chilometri su chilometri di asfalto e mangianastri; telefonate notturne e liquori giornalistici; proiettili che sfiorano le orecchie e mortai a bruciapelo: tutto ciò perde sostanza. Il giornalismo, anche quello più puro, si arricchisce del prefisso cyber, questa parola così di retroguardia da sembrare pronuniciata da un androide, di quelli che popolavano fantasie e speranze negli anni ’70. Il cyber-giornalista è ovunque, qualificato e non. Il cyber-giornalista è anche (e soprattutto) ogni giornalista. Le notizie, i fatti, rimbalzano in rete da un capo all’altro del globo, percorrendo soluzioni wireless, router, switch, server. Per approdare infine alle menti. Il cyber-giornalista è ovunque perchè la notizia è ovunque. Il cyber-giornalista è un bambino senza gli arti oppure un bambino che allunga le mani su una professoressa. L’informazione è fatto e artefatto. Così come la musica era materia ed oggi non lo è più.

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