Sbarre (pecuniarie) alla British Library

Il “Corriere della sera”, in edizione da sfogliare comodamente (e a costo zero) seduti su una poltrona del treno, in un finire di pomeriggio di una movimentata giornata, lo riferisce nella sezione “Cronache”; avremmo dovuto aspettarci una simile trovata, dopo l’introduzione in Italia dei ticket per accedere alle città (anche in quelle classificate come “d’arte”) e a beni monumentali a carattere religioso (la basilica di San Marco a Venezia, ad esempio). Il titolo, dicevo, è emblematico: “British Library, si dovrà pagare per leggere”. Già, perchè a quanto pare, nel periodo terminale del governo Blair, il laburista – che qualcuno ha definito come il figlio perduto (e ritrovato) della Thatcher – ha imposto un biglietto d’ingresso a una delle più grandi risorse bibliotecarie d’Inghilterra, fino ad ora (da oltre 200 anni) al libero accesso dei cittadini. Si pone quindi un limite all’accesso libero ad autentici tesori contenuti nella celebre biblioteca: si va da spartiti manoscritti di grandi musicisti, come Mozart o Handel, sino alle partiture e alle bozze dei testi dei Beatles; da bozze manoscritte di autentici capolavori della letteratura (fra i tanti, “Mrs Dalloway”, di Virginia Woolf) all’Evangelario di Lindisfarne, un autentico tesoro manoscritto miniato della fine del VII secolo: contiene la più antica traduzione inglese dei Vangeli. Il tutto, insieme a tanto altro materiale, per un totale di 150 milioni di documenti: esiste infatti una legge inglese secondo cui, per qualsiasi pubblicazione, bisogna destinare almeno una copia alla British Library. Un’enorme mole di documenti, libri, manoscritti originali (che, si potrebbe dire, tocca quasi l’intero scibile umano) che d’ora in poi potrà essere acceduta soltanto a pagamento. Per la gioia delle casse inglesi e per lo sbigottimento dei cittadini che si vedono depredati di una fondamentale risorsa culturale sino ad ora non mercificata…

Micromusic: una nuova frontiera musicale

In un’era in cui, accanto alla musica più puramente strumentale ed orchestrata (che resiste intatta e sempre e comunque affascinante), si affianca una musica costituita da flussi di bit decodificati e da alterazioni, distorsioni, manipolazioni frequenziali, una nuova frontiera musicale si affaccia al panorama musicale: la micromusic. Si tratta di un genere che con ogni probabilità affonda le sue radici nelle sonorità della techno, forse della trance, e ancor più probabilmente dalla drum&bass. Ma al di là della matrice musicale da cui scaturisce, la micromusic è particolarmente interessante per il fatto che è costruita interamente – in una sorta di esasperazione del concetto di musica elettronica prodotta al pc – tramite l’uso di campioni, suoni e porzioni di brani dei videogames. Il computer “reinventa” il computer sfruttandolo per un uso trasversale…

I “micromusicians”, come potrebbero essere definiti, ripescano i suoni dei videogames (tipicamente degli anni ’80/’90), rimescolandoli e manipolandoli sino ad ottenere una personale rielaborazione sonora. Il fenomeno, per quanto abbia verso il sottoscritto un non altissimo appeal stilistico, è invece interessante perchè rappresenta un feedback verso i tempi che per quelli della mia generazione hanno rappresentato l’infanzia, e di conseguenza una testimonianza di un tempo che fu, un tempo rielaborato, un pò come avveniva negli anni ’80/’90 verso la musica di qualche decade prima. Semplicemente con un commodore 64 o un gameboy al posto di un sintetizzatore.

Vi segnalo un sito (di cui ho appreso grazie a B-Side) di un micromusicista svedese, Anders Carlsson, “titolare” dell’emblematico sito web Goto80.com.

Tempo di indignarsi – parte 7

A Shenzhen, nel sud della Cina, un centinaio di prostitute hanno subito un vero e proprio processo di piazza. Sono infatti state esposte al pubblico, per strada, imbavagliate, in manette e casacca gialla; insieme a loro alcuni loro clienti, vestiti allo stesso modo.

Se da un lato il capo della polizia della città, che ha ordinato questo “singolare” trattamento, è stato posto sotto inchiesta dal Ministero provinciale per la pubblica sicurezza, dal web sono invece affiorati, attraverso accesi dibattiti sui vari forum, inneggiamenti a questa vergognosa pratica verificatasi, vista a quanto pare come un’idea da non scartare, ma anzi da esportare in altri stati.

L’assurdo nell’assurdo è il fatto che proprio nella città di Shenzhen esiste una tra le fabbriche di produzione di articoli per adulti più conosciuta al mondo, la Shaki, produttrice dei più svariati articoli per le pratiche sessuali, dei quali, ancora più assurdamente, la Cina è uno dei maggiori esportatori.

Una vergognosa gogna retaggio di un Medioevo che non vuole ancora cessare…

Notizia ispirata da XL di Repubblica

19/01/07 – Caserta: I have a green…

Nella foto: l’area verde antistante la Reggia di Caserta com’era sino a una decina di anni fa, da svariati anni racchiusa in infiniti lavori di riqualificazione

Si è svolto ieri lo stimolante incontro/dibattito per manifestare la partecipazione al problema dell’ “apertura” dell’ex caserma Sacchi, ovvero l’area Macrico, di cui ho parlato in questo post. L’incontro (al quale, per una serie di impegni sovrapposti, ho potuto presenziare per circa un’ora) aveva, come evento centrale, la proiezione del mediometraggio/documentario “I have a green”, realizzato e promosso dal centro sociale Ex-Canapificio di Caserta. Ho assistito alla proiezione insieme al mio amico Dario, e devo dire che il risultato del lavoro del centro sociale è stato davvero buono… da cinefilo quale sono potrei fare una sorta di recensione, dicendo che il documentario (ispirato – in parte – allo stile di registi come Michael Moore) non ha mai peccato di banalità o retorica, mostrando anzi, di fianco all’alternarsi degli ottimi contenuti, una buona regia. Nel documentario si è parlato, oltre che del tema centrale – il Macrico -, anche dell’incidenza delle discariche a cielo aperto (come quella de Lo Uttaro, di cui ho parlato qualche settimana fa in questo post) sulla salute dei cittadini, della preferenza delle amministrazioni alla concessione di appalti per lavori edili piuttosto che alla previsione di aree verdi per la cittadinanza – la Reggia e le aree private sono da escludersi, in quanto bene artistico/monumentale. Si è parlato infine (anche se purtroppo in maniera un pò marginale) della vergognosa situazione delle numerose cave che figurano alle pendici dell ‘arco montuoso (i monti Tifatini) che sovrasta Caserta e la sua provincia: a proposito, a quando un documentario su questo autentico malcostume?

Molto soddisfcente la grossa affluenza di cittadini di ogni fascia d’età, tra i quali presenziavano numerosi ragazzi extracomunitari, a dispetto di chi a Caserta è nato ed evidentemente ritiene superflua l’attivazione di una coscienza ambientale verso la propria città…

Per informazioni sul documentario, che mi auguro venga presto reso disponibile per il libero download, potete consultare il sito web

www.ihaveagreen.org

P.F.M. – Stati di immaginazione

“Otto storie musicali, otto film, per entrare nello stato libero dell’immaginazione…”

Un disco perfettamente strumentale, di cui si vociferava da qualche tempo. La partenza è affidata a La terra dell’acqua: attraverso archi sommessi, la PFM crea un intreccio barocco, colonna sonora di un viaggio tra sette gironi concentrici, acquatici, dopo i quali si giunge ad un risucchio sul fondo, fatto di chitarre vaganti, toni che salgono sempre di più, a spirale, nell’incalzare mordente di rullante e piatti… è la terra dell’acqua, quella terra da cui emergere alla vista del luccichio del sole, per poi ritornarvi inevitabilmente per mancanza d’aria. Il brano ricorda le incursioni dei Genesis nei territori del rock progressivo, e il talento della Premiata Forneria Marconi, eccellente, lascia fluire le armonie del brano con una disinvoltura quasi sfacciata.

Si arriva quasi senza accorgersene alla seconda traccia, al secondo film per così dire, dove i toni si placano (solo apparentemente) per permetterci di scoprire Il mondo in testa, breve incursione nei territori di un Acid Jazz suonato da una chitarra velosiana in una piazza caprese di una sera estiva particolarmente gradevole. La sensazione degli ingredienti è estremamente originale, pallida solo in qualche fuggevole tratto.

La conquista è ancora territorio acid jazz, sembra quasi che dietro l’angolo sonoro siano in procinto di spuntare le armonizzazioni vocali dei primi Jason Kay, ma l’impronta personalissima della PFM non lascia vagare altrove la mente in cerca di rievocazioni sonore: il tutto è già vicino. Ma si allontana verso la conclusione del brano, mostrando ottime reminescenze delle eccelse sonorità, a loro opera, del musical Dracula.

La sorpresa (forse una delle più belle del disco) è Il sogno di Leonardo, che se fosse film sarebbe favola, bianca e candida, una favola per lasciare dalla sua parte un mondo dove la corsa è ragione, le urla sono abitudine, il vilipendio l’ordinarietà… Il sogno di Leonardo è un volo tra nuvole disegnate, dove il suono dei fagotti, di fisarmoniche e violini irlandesi non lasciano posare le punte dei piedi sulla solidità del terreno. Uno dei brani più Continua a leggere

Zero 7 – Home

Ho già parlato del gruppo lo-fi britannico Zero 7, e anche in quel caso proponevo un video (clicca QUI per vederlo), che accompagna un brano tratto dall’ultimo (capo)lavoro del duo, “The Garden” (a questo link tutti i testi dei brani dell’album). Potete ascoltare le preview delle tracce al sito ufficiale degli Zero 7, http://www.zero7.co.uk/.

Torno a parlare degli Zero 7 proponendovi uno tra i più bei brani da loro concepiti. Si chiama “Home” (fa parte dell’album “When it falls”, del 2004), e i video che seguono ne sono due suggestive versioni live, l’una acustica, vestita di abiti sonori lievemente più delicati rispetto alla versione originale, mentre l’altra ricalca l’originale, a parte qualche lieve digressione:

Il sito ufficiale degli Zero 7 (presente anche tra i miei link favoriti) è:

http://www.zero7.co.uk/