Un quadro iracheno

La notizia di qualche giorno fa appare fausta, alle orecchie di chi ha a cuore il destino di un popolo oppresso, quasi speranzosa, di certo rinfrancante nell'essere testimone di progressi. Dopo 4 mesi dalle elezioni irachene, si è stabilita la guida del nuovo esecutivo iracheno: Jawad al-Maliki. Come un'onda, la notizia tocca i media del mondo, e nell'affollato tam-tam generale è facile, se non quantomeno inevitabile, perdere di vista, in Iraq come in quasiasi altra precaria condizione territoriale e sociale di cui il mondo non certo difetta, le reali prerogative.
Il territorio, la società, la vita, sussistono per i cittadini, i civili, le cui idee affondano, con poca importanza dell'opinione del resto del mondo, in convinzioni, ideali, "regole" che non sono poi così divergenti rispetto alle nostre. I nostri mezzi d'informazione, come riverberi della disinformazione, inoltrano, anche solo con smezzate frasi, un quadro ideologico ostile e avverso nelle nostre menti, portando a compimento un comizio intriso di generalismo e paradossale incongruenza. Le condizioni attuali dell'area irachena, avvolte in vesti di forte precarietà, vedono il palesarsi di suddivisioni condotte su base etnica: da una parte gli sciti, dall'altra i sunniti. Per chi non ne fosse a conoscenza, i Sunniti, ossia i seguaci del Sunnismo (Ahl al Sunna Wal-Jama'a: le genti della tradizione e della comunità), si presentano come i depositari della stretta ortodossia islamica, poichè fedeli alla "tradizione” del Profeta. Tale convinzione, provoca una forte opposizione, data la radicalità della credenza, verso tutte le "dissidenze" dell'Islam; gli Sciti, d'altro canto, formatisi alla morte del Profeta Maometto come un gruppo di musulmani che si radunò intorno ad ali (Shi'at ali, partito di ali), ritenevano (e ritengono) che il Califfato e l'Imamato gli spettino di diritto, vista l'esistenza di un grado di parentela con il Profeta. Essi preconizzavano difatti che la leadership della comunità musulmana dovesse spettare alla famiglia del Profeta ed alla sua discendenza. Come è facile immaginare, queste convinzioni portano tuttora a continue tensioni e scontri, talvolta di natura estremamente violenta, in nome di una fede forte ed estremamente radicata nei praticanti. E' ancor più immediato intuire, data l'entità, in termini di tempo, di tali divergenze di "affermazione religiosa", che le problematiche che, per ripiombare nell'attualità, affliggono il paese dall'"interno", sono difficilmente manipolabili e, soprattutto, gestibili.
Il quadro, reso estremamente più aspro e grave dall'intervento delle truppe occidentali "alleate contro il terrorismo", è pesante: soffermare la propria attenzione sulle strade in cui un gesto inconsueto può aizzare contro di sè le armi delle "forze della pace", conferma emblematicamente la gravità della situazione. Non di meno, l'arma della psicologia spicciola ma efferata nella sua incuranza, gettata quasi alla rinfusa, di cui l'amministrazione americana è proverbialmente dotata, non fa altro che rendere vano qualsiasi tentativo di "sedare gli animi".
A chi tenta di stabilire un ordine costituito, tra abiti spettabili e mura sicure, è dunque, forse, necessario ricordare una rilettura delle carte che ha posto in tavola: un voto teso ad affermare l'identità, espresso da un volto coperto e privato della propria identità, è una nota troppo stridente in un complesso processo di "democrazia".

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