Terra di fate – Edgar Allan Poe

…E così spengono la luce delle stelle col sospiro del loro volto pallido. Poi viene mezzanotte sul quadrante lunare ed una più sottile delle altre (di una specie che dopo lunghe prove fu giudicata la migliore) scende giù, sempre giù, ancora giù, fin quando il suo centro si posa sulla cima di una montagna, come una corona, mentre l’immensa superficie, simile a un arazzo, s’adagia sui castelli e sui borghi (dovunque essi si trovino) e si distende su strane foreste, sulle ali dei fantasmi, sopra il mare, sulle cose che dormono e un immenso labirinto di luce le ricopre…

Massive Attack – Weather Underground

E’ prevista presumibilmente per il febbraio del prossimo anno (2007) l’uscita del quinto album, “Weather Underground”, dei Massive Attack, camaleontici alfieri del Trip Hop britannico. Sembra infatti che la band di Bristol, ormai consolidatasi su scala mondiale già da diversi anni (nonostante continui abbastanza incontaminata a procedere per la sua strada, fatta di suoni oscuri, riverberi, evoluzioni sonore), abbia già approntato ben sette brani, in collaborazione con lo storico produttore/collaboratore Neil Davidge (che ha visto e assistito alla nascita di capolavori come “Protection”, “Mezzanine”, “100th Window”) e con Dave Sitek, della band newyorkese TV On The Radio, con i quali i Massive hanno allacciato, a loro dichiarazione, una ben proficua cooperazione. L’uscita del disco sarà anticipata dalla pubblicazione, sempre su etichetta Virgin, del ‘best of’ dal titolo ”Collected”, che raccoglierà alcuni tra i migliori brani del gruppo inglese, tra i quali ‘Angel’, ‘Teardrop’, ‘Protection’. Il ‘best of ‘ sarà corredato d’un secondo cd, nel quale verranno presentati al pubblico alcuni brani rimasti inediti, altri remixati (tutti gli aficionados ricorderanno le rielaborazioni ad opera di Mad Professor…), altri propriamente rimanipolati.Il ‘best of ‘, previsto per il 27 Marzo 2006, sarà a sua volta premesso dall’uscita di un singolo inedito, dal titolo “Live with me”, e sarà seguito, durante il periodo estivo, da un tour cosiddetto ‘di presentazione’, nel quale, come spesso accade anche nel caso di altri musicisti, verrà effettuato una sorta di testing dei brani inediti direttamente sul pubblico.

nella foto : Robert Del Naja durante un’intervista

Le città invisibili viste da Italo Calvino…

Disaccordo logico, o gioco di parole nel titolo a parte, parliamo di un romanzo, o meglio una raccolta di brevi “vedute” di città immaginarie, del maestro Calvino. Il romanzo raccoglie, come uno splendido e perfetto mosaico, 163 città, nate nella mente dello scrittore attraverso una personale procedura di rielaborazione dei ricordi di tante città visitate, in perfetta aderenza con lo stile francese dello “strutturalismo”, del quale lo scrittore risentì l’inflenza durante il periodo in cui il romanzo è stato composto, ossia l’arco di tempo che va dal 1964 al 1970.

L’aspetto che maggiormente affascina di quest’opera, è di certo l’estrema poetica delle espressioni e degli stati d’animo che si riescono a cogliere,ma forse è ben maggiore l’impressione che, nella descrizione delle varie città, Italo Calvino riesca sempre a riservare al lettore una ben precisa “morale”, o meglio uno spunto di riflessione ben delineato; tutto ciò attraverso una scrittura palesemente completa, anche nell’arco di poche righe. Merito di ciò è forse l’attività di poesia dello scrittore, il quale ha dichiarato spesso di avere una precisa “metodologia” per la scrittura:

“Nello scrivere”, dichiara l’autore, “vado a serie : tengo tante cartelle dove metto le pagine che mi capita di scrivere, secondo le idee che mi girano per la testa, oppure soltanto appunti di cose che vorrei scrivere. Ho una cartella per gli oggetti, una per gli animali, una per le persone […] Quando una cartella comincia a riempirsidi fogli, comincio a pensare al libroche ne posso tirar fuori.”

Il romanzo “Le città invisibili”, di Italo Calvino, fa parte, da poco, di quel corpus di romanzi che caratterizza le mie letture favorite, nell’insieme dei romanzi relativi alla letterature della seconda metà del Novecento. E’ un libro che consiglio per la sua ricchezza e, come ho già detto, per la sua estrema “poetica rivalutativa”.

Eccone un estratto, relativo al capitolo I, Le città e la memoria :

“All’uomo che cavalca lungamente per terreni selvaggi viene desiderio di una città. Finalmente giunge a Isidora, città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini, dove quando il forestiero è incerto tra due donne ne incontra sempre una terza, dove le lottedei galli degenerano in risse sanguinose tra gli scommettitori. A tutte queste cose egli pensavaquando desiderava una città. Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza. la città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro. I desideri sono già ricordi.”

La Befana…

La Befana, (termine che è corruzione di Epifania, cioè manifestazione) è nell’immaginario collettivo un mitico personaggio con l’aspetto da vecchia che porta doni ai bambini buoni la notte tra il 5 e il 6 gennaio. La sua origine si perde nella notte dei tempi, discende da tradizioni magiche precristiane e, nella cultura popolare, si fonde con elementi folcloristici e cristiani: la Befana porta i doni in ricordo di quelli offerti a Gesù Bambino dai Magi. L’iconografia è fissa: un gonnellone scuro ed ampio, un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzoletto o un cappellaccio in testa, un paio di ciabatte consunte, il tutto vivacizzato da numerose toppe colorate. Si rifà al suo aspetto la filastrocca (la Befanata) che viene recitata in suo onore:

La Befana vien di notte
con le scarpe tutte rotte
col cappello alla romana…
VIVA VIVA LA BEFANA!
 

Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, a cavalcioni di una scopa, sotto il peso di un sacco stracolmo di giocattoli, cioccolatini e caramelle (sul cui fondo non manca mai anche una buona dose di cenere e carbone), passa sopra i tetti e calandosi dai camini riempie le calze lasciate appese dai bambini.
Questi, da parte loro, preparano per la buona vecchia, in un piatto, un mandarino o un’arancia e un bicchiere di vino. Il mattino successivo insieme ai regali troveranno il pasto consumato e l’impronta della mano della Befana sulla cenere sparsa nel piatto.

tratto dal sito web la-befana.it

Il BM di Soho

A Soho, il famoso quartiere di Londra, ha sede uno dei più celebri music store del Regno Unito.

E’ il Black Market, un autentico punto di riferimento per disk jockey e appassionati di musica alternative. Vi si trova un pò tutto, dall’underground al merchandising del BM stesso. Il titolare del Black Market è davvero un singolare personaggio, immerso tra le onde sonore per circa 8 ore al giorno, ed immensamente felice di ciò. Suona i dischi solo nel seminterrato del magazzino, nell’underground…

Al BM il lato B della musica regna sovrano, la fa da padrone, a partire dalla tribale, pulsante drum & bass (o jungle, se siete dei puristi), ad esempio di Goldie, sino ad approdare su suoni dolci, adagiati tra archi e contrabbassi, stile Zero 7.

Ecco un’immagine, ripresa tramite webcam, dell’interno:

Edward Hopper – Il poeta del Vedere

Edward Hopper è stato più di un pittore, è stato un poeta silenzioso, come qualcuno ha detto e scritto di lui; è stato colui che ha saputo trasportare la sua visione impersonale dell’arte nei dipinti.
Qualunque sia la tecnica usata, i capolavori di Hopper testimoniano una modestia artistica difficilmente raffrontabile ad altri “poeti del vedere”;
ma tralasciando ciò, scavalcando la barriera della modestia, della flemma forse, troviamo un monito, un grido, un insperato diritto all’affermazione dell’ uomo, rappresentato dalla centralità, dalla scorporazione dell’uomo stesso dal fondo, dallo scenario in cui si trova, si muove, conduce la sua esistenza.
Ciononostante, questi scenari, in cui in genere compaiono solo pochi personaggi, sono strutturalmente, architettonicamente studiati, quasi a sottolinearne l’inevitabile, impressionante concretezza, nelle luci, nelle forme, nella staticità generale.
Non mancano, a questa visione così singolare dell’arte pittorica, maestri di riferimento e plausibili riletture: echi di Manet, Sisley, qualche accento impressionista; in generale però prevale la tendenza al traslare le concezioni della natura dei suoi predecessori/ispiratori verso i paesaggi metropolitani, le città a lungo osservate e, in un certo senso, studiate (dal punto di vista delle contraddizioni e dei contrasti) da parte del giovaneEdward ai tempi dei suoi viaggi in Europa.
Questa sua costanza artistica, questo suo immutabile concetto dell’arte, questo rimaner fedele alle tematiche anche in presenza della sua variegata esperienza stilistica e umana, lo accompagnerà sino alla fine dei suoi giorni.

Ecco alcuni dei suoi dipinti, a testimonianza del suo quasi inconfutabile stile:

Pour Marie…

In questo velo serale specchiarsi è un ritratto, un sussurro di parole, parole non proferite. Che possa sfiorarne l’alito, lieve e sfuggente nell’alto come d’elio rigonfio. I tuoi burattini sono aghi, affollano la tua stanza afflosciati, ed è la tua bizzarria a donar adito al loro legno ed alle loro stoffe di pazienza. Che possa scambiarli con un palpito dei tuoi capelli, mentre smossi di luce ti completano, lontana nei brusii dei bistrot, nel silenzio dei passeggi e nell’affetto per la tua terra di Francia.

Pour Marie…

Tutta l’antidemocrazia è paese

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Il titolo di questo post è una parafrasi di un celeberrimo detto, che ho preso in prestito e riadattato (forse non in forma concettualmente ineccepibile…) per parlare di un argomento che mi sta particolamente a cuore, e che spesso adopero come “radice” per eventuali diramazioni. Si tratta della libertà di espressione, di pensiero, di parola, espressa sotto la forma del diritto alla manifestazione, che sia essa civile e senz’armi, come la nostra stessa Costituzione sancisce. Ciononostante, recenti accaduti (italiani) mi hanno dato da pensare che della nostra beneamata Carta Costituzionale se ne faccia, sempre più spesso, il classico “baffo”.

A mio modesto parere, è sulla libertà d’opinione e di pensiero, in antecedenza a qualsiasi altro fattore, che ci si può/deve basare per l’inizio di un qualsiasi progetto democratico (non a caso la parola è una crasi dei temini greci DEMOS, ossia Popolo, e KRATOS, ossia governo, cioè Governo del popolo, e si può parlare di governo come di un organo che non può esprimere la propria opinione?).

Possiamo, comunque, crogiolarci nelle statistiche, o meglio nei dati di fatto : l’Italia non è il solo paese al mondo dove è necessario percorrere impervie, tortuose strade, spesso tronche o cieche, per esprimere la propria opinione, il proprio pensiero, un qualsiasi dissenso in una libera e pacifica aggregazione di piazza. In alcuni post precedenti ho parlato della Cina, oltre che dell’Italia. Potrei ora parlare dell’ America, che di sicuro detiene un posto di rilievo non indifferente sulla scala dell’antidemocrazia; potrei parlare di alcune regioni dell’Africa settentrionale (sulle quali in un futuro prossimo venturo mi soffermerò di certo) e dell’Asia orientale; potrei dissertare dei sedati malumori della Russia, della Polonia, degli stati dell’Est; in questo post però voglio accentrare la mia (e, spero, la vostra) attenzione su uno stato minuscolo, il Nepal, che nell’immagine che tutti noi conserviamo di questo stato, appare come una terra ridente, intrisa di culture affascinanti e arcane, dedita all’agricoltura ed alla pastorizia.

Questo è giusto, ma è bene osservare che tutto ciò è controllato, predominato dalla più antica forma antidemocratica di governo : la monarchia, nella sua peggiore accezione : quella despotica. La notizia che segnalo è del 10 Dicembre dell’ anno scorso (il 2005), giorno in cui cade il 57° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, firmata a New York nell’ormai lontano anno 1948. In occasione di tale evento, nella capitale del Nepal, Kathmandu, migliaia di persone erano scese in piazza per protestare e opporsi alla dittatura del re Gyanendra, che dal febbraio del 2005 detiene di fatto un potere assoluto all’interno del piccolo Stato. Nel momento in cui i dimostranti hanno tentato di oltrepassare il limite della ‘zona di sicurezza’ intorno al palazzo reale e alla segreteria di Stato – all’interno della quale, per decisione del re medesimo, non possono avvenire manifestazioni – la polizia ha utilizzato i cannoni (ad acqua, fortunatamente) per disperdere la folla, procedendo all’arresto di almeno 30 persone.

Alle proteste delle migliaia di persone che chiedono che il dittatore Gyanendra venga deposto, ponendo così fine al suo dispotico regime, le autorità si sono limitate a concise risposte, argomentando che il Governo sta procedendo sulla via della giustizia, punendo tutti i responsabili delle violazioni dei diritti umani perpetrate nei mesi scorsi: 51 tra soldati e ufficiali sarebbero stati arrestati in Dicembre e altri 34 sarebbero stati espulsi dall’esercito.