{ L’amore e la morte hanno [...] in comune quello
stato d’animo di “ebbrezza” per cui l’individuo
rinuncia totalmente a voler “apparire ciò che non è”,
e quindi comprende l’inutilità di persistere nella finzione
e nella vanità di ogni giudizio che non sia fondato sulla pura realtà. }
Sfidando la mia ormai proverbiale rattofobia e le possibili ire dei miei concittadini (che di topi ne vedono, e ne vedranno in abbondanza, cibarsi della nettezza urbana loro gentilmente offerta nelle strade…) vi parlo dell’ultimo lavoro “disneypixariano” che porta il titolo di Ratatouille. Dal punto di vista culinario, per ratatouille si intende un particolare piatto contadino, preparato con verdure fresche (pomodori, zucchine, peperoni verdi e rossi, cipolla, aglio e melanzane) e servito come piatto a sè stante (accompagnato da riso, patate, o semplice pane francese) o, più spesso, come contorno.
Lungi da me muovere in questo articolo critiche sul sistema dei blockbuster, il film d’animazione rappresenta a mio avviso un buon salto di qualità per la celebre casa d’animazione americana.
Graficamente eccellente (la ricostruzione della nebbia della Senna ed alcune scene in movimento rapido in particolare), molto ben sceneggiato, il film propone la storia di un topolino, Remì, che per una serie di vicissitudini si ritrova lontano dalla sua colonia e catapultato tra le strade di Parigi; qui, in un ristorante, grazie alla sua ammirazione per Gusteau – rinomato chef francese – conoscerà uno squattrinato inserviente del locale (l’italiano Linguini), grazie al quale potrà esprimere tutto il suo talento culinario e la sua inventiva ai fornelli (davvero originale la trovata degli sceneggiatori di casa Disney di far “guidare” il giovane sguattero, per realizzare le ricette, dal topolino che se ne sta nascosto sotto il copricapo da chef!). Situazioni paradossali e citazionismi tipicamente disneyani a parte, il film ha la capacità di trascinare lo spettatore nelle vicende del simpatico topolino, senza però quasi mai scivolare nella banalità nonostante la scelta di una figura protagonista – un topo, appunto – onnipresente in ogni branca della letteratura, del cinema e della narrazione fantastica.
Unite a tutto ciò, alcune sottili critiche che traspaiono dal film: la difficoltà della condizione femminile nel ritagliarsi un ruolo in settori lavorativi prettamente maschili; la industrializzazione dei marchi di qualità (con i prodotti della catena ristoratrice Gusteau); la presunzione e la rigidità della critica specializzata.
Questi gli ingredienti di una “commedia di gran gusto”, che riesce gradevole ed a tratti buffa e dolce, testimonianza di una semplicità emotiva che spesso il cinema d’oggi non riesce più a trovare.
“…quella aculturazione, quella omologazione, che il fascismo non è riuscito assolutamente ad ottenere, il potere di oggi, cioè il potere della civiltà dei consumi invece riesce ad ottenere perfettamente distruggendo le varie realtà particolari; e questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che in fondo non ce ne siamo resi conto…”
Così parlava Pier Paolo Pasolini nel 1960, nel pieno del boom economico che investì l’Italia, da nord a sud, da est ad ovest, ammonendo sul potere che il consumismo stava esercitando, ed, in un’ottica più lungimirante, avrebbe esercitato sulle generazioni italiane, speranzose in un futuro migliore di quello degli anni del dopoguerra. L’appiattimento dei valori (e la conseguente creazione di disvalori), l’omologazione indotta dai prodotti di massa (automobili, elettrodomestici…), la migrazione del valore intrinseco connesso alla persona verso un valore legato ad un moderno estetismo (di massa) procurati dall’avvento del “progresso”, non erano assolutamente comparabili ad analoghi tentativi – mal riusciti, secondo il poeta – fatti dal regime fascista di alcuni anni prima.
Oggi, a distanza di diversi anni dalla nascita di quelle parole così forti, così incisive perchè così rabbiose, viviamo in una società totalmente intrisa nel valore primo dell’apparenza… il marchio di un prodotto ha definitivamente prevalso sulla qualità dello stesso, così come l’abito, lo status sociale, l’omologazione di pensieri ed idee, per l’appunto, ha prevalso sull’individuo… ha prevalso, come diceva Pasolini, sulle realtà particolari.
E tutto ciò non può che generare frustrazioni, alienazioni, sensi di ansia e di menomazione all’arrivare ad una reale affermazione dei propri obiettivi. Tutto questo genera la ricerca del futile, del vano, in risposta ad una incapacità (pura, reale) di identificare, per l’appunto, i propri obiettivi. Fa paura il potere che la televisione ed i mass media in generale detengono in questo senso. Un ultimo modello di telefono cellulare alla stregua della propria affermazione societaria…
A testimonianza delle mie parole vi propongo le immagini dell’inaugurazione di un centro commerciale nel casertano, nel quale, tra le numerose offerte, un modello recente di telefono cellulare veniva proposto ad un prezzo di qualche decina di Euro inferiore rispetto a quello “ufficiale”… i tentativi delle persone per accaparrarsi l’oggetto potete vederli nel video…
A queste immagini ho affiancato quelle di un bellissimo horror degli anni ‘70, “Zombi” di George Romero (che parlava di alcuni sopravvissuti al morbo zombi asserragliati in un supermercato), che non ho potuto fare a meno (e vi accorgerete del perchè…) di paragonare alle scene del primo video. Vi consiglio di far partire e vedere i due video in contemporanea… Quale dei due filmati è più spaventoso? A voi la scelta!
Riporto dal blog “Caffe news” (www.caffenews.wordpress.com) un estratto da un bellissimo documentario di Raffaele Brunetti, “Mitumba”, premiato come miglior documentario al Globo d’oro 2005 e insignito del Premio Legambiente a Cinemambiente 2006. In lingua swahili, “Mitumba” sta per “abiti usati”…
“La maglietta di Felix, un bambino tedesco di 10 anni, finisce nel cassonetto per la raccolta di abiti usati, da qui parte per un cammino che la condurrà attraverso due continenti: donata, poi raccolta, poi venduta e comprata più volte, arriverà al termine del suo viaggio a essere indossata dal suo nuovo e ultimo proprietario, Lucky, un bambino di 9 anni in uno sperduto villaggio della Tanzania. In alcuni paesi africani i vestiti usati costituiscono la prima voce di importazione, infatti il 90% della popolazione si veste di seconda mano. Li chiamano “I vestiti dei bianchi morti” perché in Africa é inconcepibile pensare di disfarsi di cose ancora utilizzabili a meno che non appartengano a un morto. Vicende, luoghi e personaggi creano un mosaico che compone la via del commercio degli abiti usati, una via tortuosa e ancora sconosciuta che rivela una realtà sorprendente.”
“Mia moglie (Ilaria de Laurentiis) era appena tornata da un viaggio in Burundi”, afferma il regista. “Mi mostrava delle fotografie quando una in particolare colpì la mia attenzione. Un bambino africano, davanti ai resti delle case distrutte dai massacri etnici, indossava una maglietta con su scritto Club Ippico Olgiata Roma. L’Olgiata è una ricca e esclusiva area di Roma. Il contrasto mi attraeva. Cosa c’era dietro quella maglietta, come aveva raggiunto quel posto? Le ricerche che seguirono aumentarono ancora la mia curiosità”.
Ovvero L’eterno bagliore della mente ripulita: è il titolo di un film, intitolato nella versione italiana come Se mi lasci ti cancello, del 2004, diretto da Michel Gondry e con protagonisti Jim Carrey e Kate Winslet. E’ la metaforica e onirica storia di Joel (Jim Carrey) e Clementine (Kate Winslet), che sembrano incontrarsi su una desolata e fredda spiaggia di Montauk. Sembrano, appunto, perchè già nelle primissime battute sceniche del film si ha la sensazione (resa sottintesa dai tagli scenici del montaggio e dalla regia più che buona) che qualcosa di strano pèrmei le vicende e i personaggi in esse coinvolti. La vicenda inizia a snodarsi e simultaneamente ad intricarsi quando Joel decide di sottoporsi a una cura di “pulizia mentale”, ovvero un trattamento alla sua mente che gli permetta di annullare ogni ricordo di Clementine (che è vietato canzonare con la canzone di Braccobaldo, “Oh my darling Clementine…”) che ha intensamente amato e poi perso. L’inizio di questo trattamento segnerà il prosiequo dell’intero film, che da lì in poi giocherà sull’ambiguità, scivolando altalenante fra flashback e flashforward, tra chimere e apparenti verità, conducendo lo spettatore in una realtà che sembra riflessa in uno specchio infranto; fino al finale del film, in cui il cerchio si chiuderà alla perfezione.
Una pellicola davvero originale, entusiasmante, abbastanza dislocata rispetto ai margini tipici delle produzioni d’oltreoceano, arricchita dalla recitazione di bravi attori perfettamente a loro agio nei panni di scena (forse Kate Winslet su tutti); una pellicola che suscita risate ed, a volte, quella sottile ma irta malinconia per il destino compiuto e per il destino da compiersi, per gli incontri e per gli scontri che delineano il filo invisibile delle vite…
Tutto torna, anche quando viene accantonato. Prelevi un’idea, che assume nuovamente la sua giusta consistenza, da un cassettino della mente (…), e l’idea slitta ai primi vertici delle priorità… d’altronde, come ingabbiare l’arte?
Prelevo la sceneggiatura del mio cortometraggio ”Incomunicabilità” dal cassetto (quello vero, della scrivania marrone che ho davanti, ingombra di libri e di wires…), la rileggo distrattamente, perchè la conosco a menadito, e sorge l’idea, un’idea che profuma di migliaia di pagine di Dylan Dog, lucidi e pilot de ”Il Corvo”, letture colte, ammirazione per Hitchcock e spirito rinnovatore in stile ”A scanner darkly”.
Fatto sta che la sceneggiatura diventa un fumetto, o meglio una sequenza di immagini trattate in digitale, arricchite da scampoli di storyboard e dai dialoghi già minimali (non sono un dialoghista brillante come Bret Easton Ellis, mi dispiace…). Una sequenza di una ventina di pagine, per 2-3 tavole per ciascuna pagina, da stampare in lucido e da regalare ad attori e aficionados…
Ed ora… all’opera.
[in alto, un'immagine da me scattata trattata in digitale]
" … Ho visto allora la testa del Conte sporgere dalla finestra. Non vedevo il viso, ma sapevo che era lui dal collo e dal movimento del dorso e delle braccia. Ad ogni modo [...] i miei sentimenti si sono mutati in repulsione e terrore quando ho visto tutto il corpo emergere lentamente dalla finestra e cominciare a strisciare lungo il muro del castello, sospeso su quell'orrido, a faccia in giù, col mantello che si apriva tutto intorno a lui a formare due grandi ali… "
Dracula, Bram stoker
il Dracula "dandy" (Gary Oldman) e Mina Harker (Winona Ryder), in una scena di Dracula, di Francis Ford Coppola
"Fifteen years ago, five men were abducted by aliens. Only four returned. Now, these same men have managed to capture one of the creatures that killed their friend and ruined their lives…"
Questo il prologo al nuovo progetto cinematografico, "Altered", a firma di Eduardo Sanchez, regista del fortnato (ma con ampio merito) caso cinematografico "The Blair Witch Project".
Il nuovo lavoro abbandona le caratteristiche della precedente visionaria pellicola, volgendo l'attenzione ad una trama che non manca di rimandi alle tematiche più recenti del Re del Maine Stephen King. A parte questo, poco trapela circa la trama del film, tuttora avvolto in un velo di astuto mistero.
L'uscita nelle sale del film è prevista
per la fine del 2006.
Una delle ultime uscite cinematografiche sul tema della guerra (e delle conseguenze drammatiche che questa porta inevitabilmente con sè) si chiama Jarhead. La pellicola, dalla regia di Sam Mendez, regista nel 1999 di “American Beauty”, e tratto dall’omonimo romanzo di Anthony Swofford, narra dell’operazione Desert-storm, durante la guerra del Golfo. Già dalle prime battute, il film ricalca le scene iniziali di Full Metal Jacket, in particolare richiamando la parodistica figura di un alto grado dell’esercito che, articolando un linguaggio scurrile ed al limite del non-sense, offende e neutralizza le aspirazioni dei novelli arrivati. Le citazioni ed rimandi sono poi tanti, a partire dalle caratterizzazioni dei personaggi, che in più punti rievocano quelle del capolavoro di Coppola, “Apocalypse Now”, sino ai dialoghi e ad alcune particolari situzioni di “irriverenza” – o rifiuto – psicologico verso gli orrori che circondano i giovani militari. Particolarmente suggestive e originali (anche se pur sempre con una strizzatina d’occhio ai due caposaldi d’ispirazione), invece, le sequenze degli incendi dei pozzi di petrolio e la scoperta dei massacri di civili in fuga, bombardati per via aerea, dopo una duna di sabbia.