Salve a tutti, miei lettori.
Come recita il titolo di questo post, quanto state leggendo segna la conclusione di questa esperienza da blogger, nata sotto il titolo de “Il lago negli occhi” e mutata nel 2007 in “Reportage da un mondo di luogocomunisti”, il titolo attuale.
A salutarvi è un poeta senza nome.
E vi saluta perchè nel corso della vita si cambia. Perchè la rabbia, la solitudine, le sensazioni più inenarrabili, più rare, più complesse da decifrare, trovano diverse vie per trovare sfogo ed espressione.
Chi, in questi anni, ha avuto la costanza e la pazienza di seguire queste memorie virtuali, di affacciarsi di tanto in tanto in questo non-luogo elettronico fatto, appunto, di emozioni, ha imparato a conoscere il sottoscritto. E a capire quale è stato, nel corso degli anni, il congegno segreto alla base di quanto è custodito in queste pagine.
Bene, tutto ciò, quel congegno, non è cambiato. E’ immutato. Ed è alla base oggi, forse, di un 27enne migliore del ragazzo che, nell’ormai lontano Dicembre 2005, inaugurò, 22enne, questo spazio.
Migliore nonostante le delusioni, i rimpianti, le sofferenze; e forse grazie a tante, piccole felicità che si sono costruite purtroppo sulle macerie di importanti amicizie, di storie, di persone, di attimi andati a male. Gringoire ha conosciuto il grigio e il colore in un’unica sfumatura. Come la città colorata alle cui spalle sorge l’oscuro castello del freak Edward mani di forbice.
Ed ora trova nuove strade, che possano e sappiano rispondere a sensazioni (perdonate l’ossimoro forse anche un pò banale) diverse, ma uguali.
Questo post però non vuole regalarvi malinconia.
Vuole soltanto suggerirvi che, così come in natura nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, ognuno di noi può regalare la veste che preferisce alle proprie sensazioni, alla propria sensibilità, alla propria mancanza di certezza, al proprio futuro, alla propria rabbia e alla propria gioia. Ma senza mai, mai e poi mai privarsi di tutto questo. Senza mai lasciare che gli occhi del mondo infieriscano sul proprio Io interiore. O sulla propria anima, se preferite. Senza mai lasciare al corso del mondo il compito di scrivere il nostro destino.
Come suggerivo, qualche anno fa, ad amici punk un pò più giovani di me, bisognerebbe capire che indossare una cravatta non implica necessariamente accettare una vita passiva, inchiodata a certezze fondate sulla nostra vuota società dell’omologazione.
Così come andrebbe capito, dicevo, che allo stesso modo di una cravatta, una cresta ritta sulla testa può trasformarsi nella più blasonata delle catalogazioni. Bisognebbe rispettare l’idea. E non il vestito dell’idea. Legare una cravatta alla propria vita e usarla come una cintura, se questo ci sembra il modo per esprimere noi stessi e ciò che siamo (non “dei pazzi”, come qualcuno potrebbe pensare
).
Questo post non è malinconico, dicevo. E’ soltanto un modo per fornirvi un’ultima finestra sulla poesia di una vita dai mille colori. Un modo per farvi leggere un’ultima volta nella sfera della mia modesta persona.
E anche per dire “Grazie”.
“Grazie” a chi si è emozionato con le mie parole, a chi ci ha riflettuto.
“Grazie” a chi ha offeso le mie parole e i miei pensieri.
“Grazie” a chi ha atteso tempi assolutamente altalenanti, tra un post e l’altro.
E “Grazie”, infine, a chi ha indossato la maschera di Gringoire, come nel film “V per Vendetta”, per continuare a combattere, con l’arma della parola, il Palazzo della sufficienza.
Con il Cuore,
Gringoire.